31/07/2016

Mi sono svegliata prestissimo; diciamo che non ho proprio chiuso occhio. L’insonnia è uno dei  miei più grandi mostri. Ogni tanto si presenta senza avvertire e il più delle volte senza motivo. Mi succede spesso e la notte è caratterizzata da mille pensieri, di svariata natura e la maggior parte non hanno una valenza importante.

Comunque sono la prima a svegliarmi. Mi vesto con una bella tuta, faccio una lavatrice, preparo una colazione in solitaria e dopo poco vado a farmi la mia solita passeggiata lunfo la pista da corsa. Il momento di pace e relax termina preso, con l’arrivo dei maschietti, che come ogni domenica sono i primi a svegliarsi. Cominciano ad urlare il mio nome e a corrermi dietro. C’era un bambino sulla seggiola a rotelle, un bambino con una gamba più lunga e una più corta e un bambino senza un piede. Potete immaginarvi la scena. Ma chi non può mancare? Cimugna…Arriva correndo, con quelle gambe così storte che ancora mi chiedo come fa a non cadere.

Beh 5 giri ed erano praticamente stremati; ho pregato loro di fermarsi perché li vedevo abbastanza provati. Si sono messi tutti seduti all’ombra, ma Cimugna non si dava per vinto. Mi accuccio e le dico che si deve fermare perché potrebbe cadere e vengo spiazzata dalla sua reazione: alza le braccia e guardandomi con i suoi occhioni neri:voleva che lo abbracciassi… cioè capito, lui il bambino intoccabile, l’unica bambino che non sa una parola di inglese, che gioca quasi sempre da solo…si lui…infatti stento due secondi prima di prenderlo in braccio.

Mi sorride e per farlo divertire me lo carico sulle spalle e ricomincio a camminare. Urla delle cose in bemba rivolte ai suoi amici. Della serie “io si e voi no”.

Per non discriminare gli altri, decido di rimetterlo a terra dopo un giro e vedendo che ormai la mia passeggiata relax era andata a farsi benedire, torno verso la guest house. Mi faccio una doccia e insieme al gruppo ci dirigiamo verso la chiesa in centro per partecipare alla messa bemba.

Dopo un mese non riesco più a sostenere una messa di quasi due ore in una lingua che non conosco, nonostante i canti e i balli. Inoltre si era aggiunta la fame e la sonnolenza: un mix micidiale.

Verso le 13 torniamo a Dagama e prepariamo un altro pranzo italiano e dopo tanto rimangio formaggio e prosciutto: che libidine.

Senza nemmeno riposarsi un attimo alle 15.30 andiamo verso l’ospedale di santa teresa perché il gruppo lo voleva visitare e come tappa finale siamo andati al villaggio dei lebbrosi.

E’ un villaggio di 10 case ben messe, dove vive gente povera. Solo una delle case ospita i lebbrosi. Ci siamo divertiti molto con i bambini del villaggio  e non potete immaginare come sono “esplosi” appena hanno visto i pallone e i leccalecca. I loro occhi così sereni e sorridenti, il loro guizzare in aria alla vista di un pallone, il loro affetto nel prenderti la mano…

E anche qui ti riempi di qualcosa che ti svuota dentro.

Torniamo verso Dagama che si era già fatto notte e passiamo dentro questi villaggi bui. I fari del pulmino illuminano volti di persone che camminano lunga la strada, bambini che ancora giocano, donne che preparano la cena su dei piccoli bracieri. Si vedono in lontananza dei fuochi sparsi, appiccati solo per far luce. Un velo di tristezza mi travolge e passo quasi l’intero tragitto a guardare fuori. Quel quasi perché Giovanna, la signora con cui condivido il bagno, mi comincia a raccontare la storia della sua vita.

Un’ottantenne che sa il fatto suo; ha un’agenzia di viaggi a Roma, dove ha cominciato a lavorare solo dopo essere andata in pensione. Una donna molto alla mano, libertina e molto moderna. Mi perdo così nei suoi racconti.

Ceniamo al convento e torniamo alla guest house per il solito resoconto della giornata, dove espongo loro un mio progetto riguardo sempre a questa realtà; naturalmente il tutto accompagnato dalla tisana.

Con la speranza di dormire, vi do la buona notte!

Che sia domani un giorno migliore di oggi.

 

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